francesco diotallevi

LA CRITICA

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NaOH 

Il Comune di Mondolfo si è assunto una responsabilità nei confronti dei cittadini e del pubblico, che tutti ci auguriamo nel tempo tanto apolide quanto sa esserlo l’arte, che ha il sapore di una sfida gentile, ma incisiva: come la soda caustica, può provocare ustioni alle incrostazioni di calcare che offuscano il nostro pensiero e la nostra capacità ricettiva del nuovo nel nuovo millennio. A meno che, non ci proteggiamo gli occhi, non usiamo i guanti per accostarci all’alterità culturale dell’arte contemporanea. I pregiudizi non ci proteggeranno. Noi spettatori possiamo solo indossare la corazza della curiosità, del piacere fanciullo di provar meraviglia. E’ come se Laura Servadio annunciasse: “noi, della terra di Leopardi, di Mantenga e di Gentile da Fabriano, saliamo sulle spalle dei giganti e ci rendiamo visibili con il nostro oggi, con i nostri artisti”.
A Francesco Diotallevi e Giovanni Gaggia tocca l’onore e l’onere di inaugurare la prima storicizzazione del contemporaneo a Mondolfo. Un artista si mette in mostra perché, innanzitutto, ha il coraggio di esporsi. Diotallevi e Gaggia sono due, non uno, non interscambiabili, non simili. Per questo possono dialogare e confrontarsi. Non ci si confronta mai sull’identico, partendo dalla consentaneità del sentire e del vivere, in questo caso artisticamente, una tematica. I due artisti dicono la loro sul male, sulla morte, sull’alienazione, la sofferenza fisica. Gaggia esprime con i suoi irriverenti interventi cromatici il sadismo ludico del Fato, che danza e si ammanta del male senza farsene carico. L’artista lo affronta con ironia, gli sorride in faccia. Lo ritocca, lo simboleggia nella sua mastodonticità con i tratti più lievi e veloci. Diotallevi va dritto come un affondo di fioretto, con cui probabilmente dipinge, al cuore del non senso, dell’assurdo, della banalità del male, come diceva Anna Harendt. Di un sorriso mostra i denti affilati del predatore, di uno sguardo la grata in ferro delle segrete, in cui l’inconscio di ogni “io” fa di noi i nostri carcerieri, i nostri boia. Con tanto di praticelli, alberelli e fiorellini intorno.

Cristina Muccioli

NaOH

Cosa unisce due artisti così diversi tra loro? Quale filo sottile li accomuna al di là delle loro modalità espressive? Certamente il criptico titolo della mostra, che risponde alla formula chimica della soda caustica, dato che la causticità, intesa in senso metaforico, caratterizza entrambi, seppure con toni e modi dissimili: più corrosivi, sferzanti e mordaci in Giovanni Gaggia, che mette a stridente confronto la banalità del male e dell’inferno quotidiano con l’apparente inerzia, apatia ed incuria del mondo, sovrapponendo disegni e pittura su immagini fotografiche; più sottili, pungenti e salaci in Francesco Diotallevi, che rivede l’inferno dantesco con stile fumettistico per lo più su uno sfondo rosso fuoco” trompe oeil”, ma che ne prende le distanze con ironia e sarcasmo.
In entrambi il desiderio di esprimersi e di fare riflettere al di là delle apparenze. Nel primo, le rovine dell’ambiente, le mostruosità dei comportamenti, le atrocità delle sofferenze e delle ingiustizie appaiono il correlato oggettivo delle cicatrici morali e degenerative degli uomini; nel secondo, le figure stilizzate, asciutte e taglienti disegnano episodi e racconti di piccola-grande drammaticità, con una vena comica irridente. Giovanni fissa nel contrasto l’alienazione di un presente atroce e la nostalgia per un passato irrecuperabile. L’incongruità solo apparente tra il dolore dei fatti, lo sporco del mondo, le immagini shoccanti e gli sfondi tranquilli, indifferenti ed inerti, senza esplicitazioni ed emozioni, esprime la miseria morale, l’atmosfera cupa, oppressiva e melancolica del nostro tempo dalla quale sembra potersi prendere distanza solo con uno sguardo sarcastico e la consapevolezza dell’ineluttabilità degli avvenimenti. Per Francesco, invece, la paura, la circospezione e la grinta dei personaggi luciferini, dei visitatori degli inferi e dei dannati della terra sono temperati da sguardi persi nel nulla e da un’ atmosfera disincantata che rompe e prende in giro la solennità del poema dantesco.

Due artisti capaci di fondere, con Giovanni, il realismo della rappresentazione con indifferenza delle riverberazioni e, con Francesco, i segreti e gli anfratti dei personaggi con una narrazione stilizzata e accattivante, ma carica di un forte connotato critico. La triste storia del cinismo del tempo, del malessere esistenziale, della desolazione sociale, della divina commedia di tutti i giorni, visitata con stili differenti, pungenti, mordaci e soprattutto caustici, suscettibile di inesauribili interpretazioni, anche se d’inequivocabili messaggi.

Vittorio Volterra – Psichiatra

L’universo cattivo
Il mo(n)do in cui nessuno vorrebbe mai vivere

«la rabbia è il mondo d’Inferno» Nichiren Daishonin, monaco buddista del XIII sec.

Il soggetto di questo lavoro è la rappresentazione del male, non inteso come rappresentazione mitica o fantastica né tanto meno come impersonificazione delle nefandezze umane. Il male di Diotallevi è semplice, interiore, atavico.
Il tratto lineare, quasi infantile da forma ad un universo contraddittorio, angosciante ma allo stesso tempo divertente. L’iconografia da fumetto se da una parte sdrammatizza le emozioni, non rendendole direttamente riconducibili alla nostra umanità, dall’altra accentua i gesti rendendoli quasi plateali.
Un universo lontano ma allo stesso tempo vicinissimo, in cui le forme si dispongono sulla tela diventando oggetti pronti ad essere utilizzati in un solitario mentale predisposto dall’artista per lo spettatore. Il gioco e l’ironia diventano quindi lo strumento per analizzare il mondo che ci circonda e riportarci su un piano sensibile e percettivo. L’era moderna è straordinaria. Le informazioni viaggiano in lungo ed in largo in un lampo. Siamo in grado di seguire in tempo reale un colpo di stato dall’altra parte del pianeta come fosse una manifestazione studentesca per le vie dietro casa. Veniamo informati sui morti ed i feriti in maniera precisa e puntuale, i numeri scorrono sugli schermi in tempo reale come i voli sui tabelloni degli aeroporti. Tutto è veloce, preciso all’assurdo, fino a risultare pressoché inutile. Ma il villaggio globale appiattisce, tutto rientra nell’ordine delle cose e poco, decisamente poco, smuove il sentimento della compassione: il dolore diventa abitudine, l’orrore normalità. Quello che Diotallevi cerca di trasmetterci è che infondo infondo il mondo non va proprio così, o almeno non dovrebbe. Come dicevo, ci riporta ad un piano sensibile e percettivo utilizzando un linguaggio infantile. Fugge la retorica ed entra in una dimensione diretta: inganna la mente per arrivare diritto al cuore. La pittura acquista in questo senso una funzione quasi catartica, che la rappresentazione si soffermi sull’Inferno come ce lo consegna la tradizione dantesca o invece sul più verisimile mondo di rabbia e violenza che quotidianamente ci passa davanti agli occhi poco importa: non c’è più nulla da abbellire, c’è solo da guardare, e tanto (in noi) da cambiare.

Stefano Verri 

Scarabocchi / Scribbles
Laurina Paperina VS Francesco Diotallevi 

Scarabocchio, dal greco skàrabos, scarafaggio, una parola di per sé mostruosa, evocativa di un certo disgusto con cui molti osservano l’arte contemporanea. Di scarabocchi parla già Pietro da Cortona nel suo Trattato della pittura e scultura (ed. 1652, p. 245), a proposito di un certo Giovannino da Capagnano, che, nel dipingere delle logge, fece “una gran moltitudine di scarabocchi, invece d’uccelli, tirando due pennellate, una per lungo e l’altra per traverso, e tutti riuscirono cose di riso”. Oltre alla mostruosità e al riso lo scarabocchio ha una terza caratteristica: l’epifania dell’inconscio. In psicologia, lo scarabocchio è difatti il medium attraverso il quale emerge la personalità e il carattere di un bambino. Una mostra, dunque, per spiriti grotteschi, divertenti e latenti, ovvero, latitanti alle convenzioni. Scarabocchi, perché il faut être absolument moderne (Rimbaud), per sfregiare la serietà dell’Immacolata Concezione Artistica col sorriso caustico e immaginifico dell’improvvisazione grafica, del paradosso espressivo, della deformazione iperbolica. In uno dei templi della cultura trentina, due noti scarabocchiatori, Laurina Paperina e Francesco Diotallevi, si sfideranno a duello con ineffabile ironia.

Laurina Paperina (Rovereto, 1980) “disegna proprio male”. Insomma, un’artista contemporanea 30 e lode, forte di un linguaggio rubacchiato un po’ a South Park e un po’ all’arte infantile, un po’ ai comics della Marvel e un po’ ai manga del Sol Levante. Straordinaria nel reinventare l’esistente con graffiante furore, questa giovane ma già affermata artista popola la misera del quotidiano con personaggi goffi e un po’ maldestri, sempre pronti, comunque, a cavare dai denti il più diamantino sorriso. Scarabocchi, i suoi, assolutamente (new)global, esposti ed apprezzati in mezzo mondo, dalle gallerie del Sudafrica a quelle del Giappone (Murakami è tra i suoi estimatori e collezionisti), dalle fiere di Parigi a quelle di Miami. Opere segnate da un’ironia senza capi ma con molte code, ora gaiamente scodinzolanti, ora toste come fruste, agili e geniali nel mettere in gioco e rovesciare l’immaginario mediatico collettivo, animando un pop-olino di improbabili supereroi rivistati, sempre pronti ad affrontarsi e ad azzuffarsi con mostri simpatici come Gozzilla o tragici come George Bush…
Con un delizioso coctail di forme ecologicamente essenziali e di colori piatti e acidi, Laurina Paperina propone una personalissima e tecnologica declinazione di Gesamtkunstwerk, capace di trasformare in opera d’arte -a suon di performance, web, video e installazioni- ogni cosa che sfiora, da un vecchio paio di scarpe da ginnastica all’evanescente sabbia del mare, fino a un ipotetico virus, diffuso qualche anno fa nel corso di una performance alla Galleria Civica di Trento. La mostra di Rovereto evidenzia in particolar modo l’attività scarabocchiatrice dell’artista, già emersa dalle collaborazioni con riviste come Marie Claire (edizione italiana e greca) e soprattutto Exibart on paper. Per l’occasione, l’artista ha realizzato una fanzine a tiratura limitata, autocomponibile e scarabocchiata, che verrà distribuita ai visitatori.

Francesco Diotallevi (Senigallia, 1971), ha iniziato a scarabocchiare all’Istituto Statale d’Arte di Urbino, nella sezione di disegno animato. Ha continuato poi, con insana costanza, all’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si è diplomato nel 1995 col pittore-burattinaio Concetto Pozzati. Da allora, a suon di personali e collettive, i suoi scarabocchi gustosamente narrativi, talvolta accumulati in micro-storie da seguire frame dopo frame con i pop-corn in mano, si sono moltiplicati in maniera virulenta e infettiva, intaccando italici capolavori letterari, come l’Inferno dantesco (rivisitato in versione pop-sulferina) e perfino episodi biblici, come nella serie dedicata a Noè, nella quale il Salvatore della biodiversità si è grottescamente deformato in un signor Noè qualunque, sguardo nervoso e piede incollato all’acceleratore, anche se alla fine la Giustizia Divina farà ugualmente il suo corso…
Francesco, caustico demiurgo dell’insanità contemporanea, scarabocchia nelle sue opere i deliri della più malata attualità, il mondo degli unabomber, del buon padre di famiglia con l’arsenale in cassaforte, delle mattanze nelle scuole americane, del sembrava una brava persona…. Cattivi pensieri (titolo tra l’altro di due opere esposte) che per essere esorcizzati devono prendere il sopravvento, declinandosi in forme basilari, sintetiche, quasi scarabocchiate da un bambino che è spettatore atterrito e impotente di un’umanità deviata. Non a caso, a presentare le mostre di Francesco, tra un critico d’arte e un direttore di museo, ecco spuntare di tanto in tanto figure come Vittorio Volterra, ordinario di psichiatria.
Scarabocchi ironicamente dettati dall’es, che invitano gli animi pavidi a scaldare i rosari, sperando che non ci siano crepe nelle vetrinette.

Duccio Dogheria

L’oro che non luccica: intervista a Francesco Diotallevi
Come in un HorrorMovie

A vederli così, sembrano innocui pupetti da cartone animato o da albo illustrato. Che male potranno mai fare? E’ un tratto ingenuo, quasi da occhio e mano d’infante. Sui contorni netti e ben marcati non è di certo semplice aprire brecce e causare quindi azzardati mescolamenti di colori o, peggio ancora, di significati.

Francesco Diotallevi si diploma in disegno animato a Urbino e, in seguito, all’Accademia di Bologna in sezione pittura. Potrebbe essere un illustratore a tutti gli effetti. Lo è, ma è anche molto di più.
La formazione svolta sotto l’ala protettiva di Concetto Pozzati è chiara, o almeno è così per me: sua grande stimatrice più o meno da sempre. La matrice di quelle forme apparentemente morbide è simile fra i due: ogni curva si richiude a bozzolo e ogni grumo sembra dare vita a nuovi germogli accattivanti. Tuttavia, il ragionato impiego della parabola a discapito della linea retta è esso stesso uno stratagemma: l’angolo è luogo di rischi, mentre la circolarità è prima di tutto rassicurante ventre materno.
Ammaliano le forme rotonde, così come attirano i colori accesi, addirittura preziosi, proprio come fa una pianta carnivora con gli insetti. Si è troppo vicini per scappare, quando si cominciano a notare i denti affilati e le lame pronte a fendere. Come dentro a un film dell’orrore, il lieto inizio è rotto dalla repentina accelerazione della colonna sonora.

Francesco, come definiresti i tuoi lavori? Parlami un po’ del tuo modo di vedere il discorso pittorico…

“Bisanzio”, opera di Francesco DiotalleviBeh, il mio è chiaramente un lavoro anticlassico! E’ contro ogni antropocentrismo proprio come era tutta la pittura prima della teorizzazione della prospettiva. Tolgo l’illusione della terza dimensione per tornare alla bidimensionalità della tela: sfondo e soggetto sono così sullo stesso piano, senza che l’uno primeggi sull’altro. E’ un approccio all’arte, se vogliamo, anche più universale. La prospettiva è qualcosa di tipicamente italiano. Diciamo pure che la storia dell’arte a cui faccio riferimento è quella delle icone russe e dei mosaici ravennati, soprattutto per i materiali preziosi. In particolare, l’oro del fondo mi serve per “tendere al meglio” la mia trappola. Lavoro sfruttando la teoria del “carino”, con una grafica accattivante e con delle tonalità che attirino. Le mie opere sono come dei bei pacchi regalo che non puoi non aprire, ed è troppo tardi quando ti accorgi che dentro c’è una bomba!

Mi parli un po’ del tuo percorso artistico e dell’ultima serie “Bisanzio” di cui, tra l’altro, si è da poco conclusa una piccola esposizione alla galleria Portfolio di Senigallia?

Come molti altri, mi sono messo alla prova sperimentando i vari generi. A partire dall’informale-materico degli anni ’90, sono poi passato a una visione prettamente Pop agli inizi del 2000. Dal 2011 circa sto lavorando su questo genere di “cavalli di troia”. Già con le prime serie, come ad esempio NaOh, dove già il titolo stesso può darti qualche indicazione sul fatto che fossero lavori… altamente corrosivi (NaOh è il simbolo chimico della soda caustica)! “Bisanzio” invece è una serie nata da un mio viaggio a Instanbul, oltre che essere anche quella che ritengo la giusta evoluzione di questo mio ultimo periodo artistico. Ogni tela è una sorta di ingrandimento sui volti e sulle parti del corpo dei miei soliti personaggi. In questo caso però, prende una valenza del tutto diversa. È la resistenza di ogni forma di vita, qualunque essa sia. E’ la necessità, l’istinto di sopravvivenza di ogni cosa o essere a occupare il suo giusto spazio, senza necessariamente doversi modificare o mutare fondendosi con altre entità. C’è l’oro e c’è la marcata traccia nera: come acqua e olio l’una contrasta l’altra, si lambiscono, superano il confine toccandosi, ma nessuna delle due cede lo spazio all’altra e, ciò che più conta, mantengono la loro identità.

Informale, disegno animato e pittura. Tre generi distinti che hai affrontato: spiega ai profani le differenze essenziali.

Sfruttando il linguaggio grafico, un’opera informale dovrebbe essere vista come un logo: un’icona che racchiude in sé tutti i significati che le si vuole attribuire. Un simbolo vero e proprio che diventa un vero e proprio link a concetti ben più ampi. Io, a un certo punto, ho trovato la mia strada in un genere più strutturato, per questo la linea di demarcazione nera è diventata componente essenziale! Credo poi che l’informale, per quanto ancora molto sentito nelle accademie, andrebbe superato… siamo nell’era dei codici grafici, è questa, al momento, quella che penso sia la lingua universale e largamente comprensibile!
Fra la mia pittura e il disegno animato invece, la differenza è molto sottile. Tratto una singola opera come, nel disegno animato, tratto l’intera serie di fotogrammi. Ovvio! Il disegno animato ha un’evoluzione da distribuire su più immagini, mentre nell’opera singola, il racconto va esplicitato in un’unica scena, dall’inizio all’epilogo. Sono un po’ come poesia e narrazione…

E la fiaba… che peso ha nella tua opera?

Ha un peso enorme! Mi diverto a riprendere e stravolgere compl

etamente la letteratura e le produzioni televisive per l’infanzia! La mia fiaba di “Cappuccetto rosso” ad esempio, è diventata una sorta di story board dove è il lupo a scappare vedendo Cappuccetto rosso! Poi, il boscaiolo con l’accetta, fa fuori Cappuccetto e torna a casa con il lupo scodinzolante! Molti super eroi nei miei lavori muoiono per strada e sulle strisce pedonali! Zorro, con la sua spada, non si salva la vita in una strada trafficata! In un mio piccolo omaggio a “I shot the sheriff“, lo sceriffo muore in strada sfidando un cattivo. Anche il gatto e il topo muoiono in strada! E’ il riscatto del destino, a dispetto di come ci si comporta in vita: puoi essere gatto o topo, buono o cattivo, ma rischi di morire alla stessa maniera…

Ma fra il gatto e il topo, il cattivo chi è?

il  topo, ovviamente!

Perché il topo?

Perché amo i gatti…

Come mai hai eletto la strada a luogo della tua metafora pittorica?

Perché la strada è un “luogo non luogo”. È il luogo peggiore per morire! Tutti ci immaginiamo e speriamo di morire da vecchi e affiancati dai nostri cari o, al contrario, di essere noi al capezzale delle persone che amiamo nel momento del trapasso. In strada non c’è nulla di tutto questo. Non ci sono affetti e non c’è confidenza con il luogo stesso: non è un luogo nostro e non è di nessun altro!

Qual è la tua idea della figura di “artista” o “pittore”?

Mah… non credo nel “valore” dell’artista come persona, ma credo in quello insito dell’arte. Essa, semplicemente, ti fa un dono con cui puoi superare ogni barriera sociale. Hai una tela, e con essa, la possibilità di far viaggiare un tuo pensiero lontano da te e in completa autonomia. Puoi diffondere la tua idea come faresti con un virus! L’artista di per sé, alla fine, è solo un veicolo, una specie di antenna parabolica che trascrive dei messaggi e poi li lascia andare, come una bottiglia in mezzo all’oceano!

Per concludere: un tuo pensiero sull’arte coeva…

Credo nell’arte, e spero che chiunque altro lo faccia, possa contribuire all’accendersi di tanti piccoli fuochi: delle esplosioni qua e là di virus, come le cellule di Al Quaeda! Il futuro dell’arte penso e spero sia quello di generare il caos, il disordine, ossia qualcosa che sia fuori dai parametri umani di misurazione, proprio ciò che viene considerato appunto in contrapposizione all’ordine. Se ci pensi, è definito “ordine” ciò che è umanamente “inscatolabile” e misurabile… ma non esiste in natura e di certo non può quindi dar frutto a nulla!

Nel salutare Francesco, riesco a strappargli ben due promesse: quella di rivederci e quella di chiamare mia madre, per spiegare anche a lei questa storia che l’ordine non esiste e che quindi, il mio studio, è in una caotica e perfetta sintonia con la natura!

 

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