Cristina Muccioli

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2006

NAOH 

Il Comune di Mondolfo si è assunto una responsabilità nei confronti dei cittadini e del pubblico, che tutti ci auguriamo nel tempo tanto apolide quanto sa esserlo l’arte, che ha il sapore di una sfida gentile, ma incisiva: come la soda caustica, può provocare ustioni alle incrostazioni di calcare che offuscano il nostro pensiero e la nostra capacità ricettiva del nuovo nel nuovo millennio. A meno che, non ci proteggiamo gli occhi, non usiamo i guanti per accostarci all’alterità culturale dell’arte contemporanea. I pregiudizi non ci proteggeranno. Noi spettatori possiamo solo indossare la corazza della curiosità, del piacere fanciullo di provar meraviglia. E’ come se Laura Servadio annunciasse: “noi, della terra di Leopardi, di Mantenga e di Gentile da Fabriano, saliamo sulle spalle dei giganti e ci rendiamo visibili con il nostro oggi, con i nostri artisti”.
A Francesco Diotallevi e Giovanni Gaggia tocca l’onore e l’onere di inaugurare la prima storicizzazione del contemporaneo a Mondolfo. Un artista si mette in mostra perché, innanzitutto, ha il coraggio di esporsi. Diotallevi e Gaggia sono due, non uno, non interscambiabili, non simili. Per questo possono dialogare e confrontarsi. Non ci si confronta mai sull’identico, partendo dalla consentaneità del sentire e del vivere, in questo caso artisticamente, una tematica. I due artisti dicono la loro sul male, sulla morte, sull’alienazione, la sofferenza fisica. Gaggia esprime con i suoi irriverenti interventi cromatici il sadismo ludico del Fato, che danza e si ammanta del male senza farsene carico. L’artista lo affronta con ironia, gli sorride in faccia. Lo ritocca, lo simboleggia nella sua mastodonticità con i tratti più lievi e veloci. Diotallevi va dritto come un affondo di fioretto, con cui probabilmente dipinge, al cuore del non senso, dell’assurdo, della banalità del male, come diceva Anna Harendt. Di un sorriso mostra i denti affilati del predatore, di uno sguardo la grata in ferro delle segrete, in cui l’inconscio di ogni “io” fa di noi i nostri carcerieri, i nostri boia. Con tanto di praticelli, alberelli e fiorellini intorno.

2011

IN BOCCA AL LUPO

Un augurio tra i più strani, quello dell’in bocca al lupo, al quale si risponde spesso con formula parziale e pericolosa: crepi. Se ci si dà del lei, evento più raro del lupo stesso in via di estinzione, si ricambia con esortazione a morte certa l’educato benintenzionato che ci rivolge un augurio di buona fortuna. Meglio non essere avari di parole, e rispondere la formuletta scaramantica al completo: crepi il lupo.

L’augurio comunque, è piaciuto al pittore Diotallevi, che con la materia vera della sua arte, che è l’ironia, ci invita a non sottrarci alle sfide, alle situazioni rischiose, alla messa in gioco di se stessi attraverso il proprio fare. Perché un quadro si chiama “opera”? Perché opera, appunto. Fa. Agisce. E che cos’è l’operare del quadro?

Se lo chiese Martin Heiddegger ne L’origine dell’opera d’arte. In bocca al lupo a chi volesse affrontare la risposta. Noi, con obiettivi e prede non universali, proviamo ad occuparci del particolare di Diotallevi, che espone in questa sua personale momenti, tappe di un quinquennio di insistenza, di avvertimento, di sottile scardinamento di un clima culturale, esistenziale, in cui la violenza è diventata normale. La relazione è una primitiva lotta darwiniana in cui soccombe il più debole, quello che non ha le competenze nemmeno per difendersi.

Ma la legge, che tutela i più deboli, è profondamente antidarwiniana, così come lo è la pittura di Diotallevi, che dipinge il paziente affetto da giradito minacciato di amputazione con sega dentata da boscaiolo dell’Arkansas, e una testa trattata come un bocconcino senza lische facile da mangiar(ci), ci permette di identificarci e riconoscerci e di riderci, almeno, su. Chi ride di sé non è indifferente, e non è cinico, al contrario di chi ride degli altri, inseguiti e impauriti dal lupo su due zampe. E pensare che dietro l’angolo, c’è un lupo anche per lui, impreparato e ancor più facile da sbranare. Come non stare dalla parte del lupo?Grazie Francesco, a nome di tutti gli esemplari selvaggi in questo medio(cre)evo, per dirla con lo scrittore Beppe Ciarallo.